Stylus phantasticus

Stylus phantasticus
Libere sperimentazioni, invenzioni, diminuzioni, discanti,
melismi jazz tra polifonia e contrappunti improvvisati

Progetto a cura di
Silvia Perucchetti e Simone Copellini

Simone Copellini tromba, flicorno
Patrizio Ligabue didgeridoo
Coro della Cappella Musicale San Francesco da Paola
diretto da Silvia Perucchetti

Musiche di Hildegard von Bingen, canto gregoriano,
T. L. de Victoria, J. S. Bach, G. P. da Palestrina, F. Guerrero

Le foto dal backstage delle prove

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Simone Copellini (ph. © Silvia Perucchetti)

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Domenica 21 ottobre 2018 – ore 18
Reggio Emilia, Chiesa di S. Giorgio
(via Farini)
rassegna Soli Deo Gloria 2018
foto

Venerdì 8 dicembre 2017 – ore 16.30
Novellara (RE), Chiesa Collegiata di S. Stefano
(piazza Unità d’Italia)
rassegne Armonie dal Mondo 2017 & Musica intorno al fiume 2017
fotovideo 1video 2

Domenica 3 dicembre 2017 – ore 16
Sesso (RE), Chiesa di S. Maria Assunta
(via D. Catellani)
rassegna Soli Deo Gloria 2017
foto • video 1

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Stylus phantasticus richiama immediatamente alla memoria il rivoluzionario CD Officium, pubblicato nel 1993 dall’Hilliard Ensemble insieme al sassofonista norvegese Jan Garbarek, in cui polifonia antica e canto gregoriano si sovrappongono felicemente alla voce di uno strumento impiegato tipicamente nel jazz, nel tentativo di esplorare quella ‘zona di penombra’ sì studiata, ma ancora misteriosa fra tradizione orale (il canto medievale precedente la messa per iscritto della polifonia) e la nascita di una cultura nuova, essenzialmente basata sulla scrittura.

Il progetto, ideato da Silvia Perucchetti e costruito insieme al trombettista Simone Copellini, intende riflettere sui punti di contatto fra musica antica e jazz: entrambi i repertori hanno infatti l’improvvisazione come elemento fondante, e ciò che si trova fissato sulla carta non consiste, tanto per il cantore o lo strumentista antico quanto per il jazzista, nelle uniche note da suonarsi concretamente; al contrario, l’esecutore era/è libero di ornamentare, abbellire, riempire e a volte improvvisare ampiamente. Così, le melodie antiche cantate dal coro diverranno la materia prima da plasmare e con cui giocare utilizzando le modalità e le regole del jazz.

Ma la contaminazione fra voce e strumenti (non a caso anch’essi basati sul respiro) non è fine a se stessa: l’aggiunta al coro della tromba, del flicorno e del didgeridoo (grazie alla partecipazione straordinaria di Patrizio Ligabue) vuole essere una sorta di reinterpretazione delle tecniche in uso fra Medioevo e Barocco per valorizzare una melodia o arricchirla, e impiegate dai compositori nel loro quotidiano processo creativo.

Così, nella delicatissima antifona in canto gregoriano di Ildegarda di BingenO frondens virga, il didjgeridoo recupera la tipica (e non scritta!) abitudine medievale di accompagnare il canto con una nota fissa, il bordone; nel corale di J. S. Bach Vater unser (il gemello protestante del Padre nostro) i tipici segni di corona posti al termine dei versetti per chiedere al coro un maggiore respiro tra le frasi vengono ‘ampliati’ liberamente dalla tromba, e nella seconda strofa questa raddoppia il vero e proprio corale, ossia la melodia dei soprani, anticamente (ma a tutt’oggi in Germania) cantata dalla totalità dei fedeli come inno comunitario.

E nelle architetture polifoniche più complesse (quelle dello spagnolo Francisco Guerrero e del romano Giovanni Pierluigi da Palestrina) la voce del flicorno e della tromba ricorda gli abbellimenti del cornetto, strumento a fiato rinascimentale per eccellenza poi tramontato con l’ascesa del violino, impiegato abitualmente per eseguire le parti insieme ai coristi (sia per sostenerli, che per ornamentare la melodia) dalle grande cattedrali europee alle cantorie delle nostre piccole corti emiliane.

E il titolo?
Anche quello viene dal passato: musicisti e trattatisti fra ‘600 e ‘700 definivano Stylus phantasticus lo stile musicale non riconducibile facilmente ad alcuna altra categoria, solitamente dominato dalla libertà improvvisativa dell’esecutore. Facendo nostre le parole del grande clavicembalista e organista Ton Koopman, «lo stylus phantasticus vuole tenere sveglio l’interesse dell’ascoltatore con effetti speciali, sorprese, dissonanze, variazioni nel ritmo e nelle imitazioni fra le voci. È uno stile improvvisativo completamente libero che induce il pubblico, pieno di stupore, a domandarsi: Com’è possibile?».

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Alcuni scatti da prove e concerti

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Video

Anonimo (Piae cantiones, 1582), In vernali tempore

Stylus Phantasticus 1 (improvvisazione)

G. P. da Palestrina, Sicut cervus – Sitivit anima mea

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Locandine

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Rassegna stampa

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Simone Copellini

Simone Copellini (ph. © Ilaria Da Rodda)

Simone Copellini (ph. © Ilaria Da Rodda)

Musicista, Trombettista, Insegnante, Editore.
Suona come turnista con ensemble jazz, big band, formazioni di musica leggera, gruppi folk, orchestre classiche, ensemble di musica barocca e formazioni bandistiche. Dal 2006 è solista con Cisco (ex Modena City Ramblers) nelle sue tournée italiane ed europee. Propone musica della tradizione jazz con Jeangot Project e composizioni originali con Trummond Plus.
Presente in decine di progetti tra cui Jazz in’It Orchestra, Jazz Art Orchestra, The Royal Stompers Dixieland Band, Mefisto Ensemble, Swing Bros, Foursome, Cappella Musicale San Francesco da Paola, New Yorker Residence, Lost ‘n Found, Labbanda, Singin’ Chet Baker, Jumpin’ Shoes, Archetipi.
Vincitore nel 2015, con la formazione ReCombo, del premio “Roberto Zelioli” messo in palio da Albinea Jazz. Finalista, con il gruppo Foursome, al Tiberio Nicola Award di La Spezia Jazz 2011 e finalista, come solista, alla “Borsa di studio Y.M.F.E. 2009” di Yamaha Musica Italia.
Ha registrato per Universal Music Italia, Auand Records, Cannonball Records, MK Records, ColorSound, LICA eventi, Ipsum Records. Lunga la discografia e numerose le collaborazioni con grandi musicisti tra cui Jerry Bergonzi, Christian Meyer, Tullio De Piscopo, Flavio Boltro, Gegé Munari, Carlo Lucarelli e Paolo Nori.
È Docente all’Istituto Musicale Pareggiato “Achille Peri” di Reggio Emilia oltre che Direttore Didattico della Scuola di Musica di Santa Vittoria di Gualtieri. Insegna anche per l’Associazione Musicale Banda Cittadina “Luigi Asioli” di Correggio, all’Associazione “Musiké” di Carpi e alla Scuola di Musica “G. Moro” di Viadana.
È laureato in Discipline Musicali con Lode e Menzione d’Onore, oltre che Diplomato in Tromba e Perito Informatico, titoli ottenuti con il massimo dei voti.
Lavora anche nell’editoria come titolare di SopraToni Edizioni e nella produzione musicale come fonico per SopraToni Studio. · www.simonecopellini.it

Patrizio Ligabue

Patrizio Ligabue

Sono nato a Correggio nel 1961 e solo all’età di 42 anni mi sono avvicinato alla musica. Non sono un musicista; a me piace definirmi “produttore di armonici”. Suono il didgeridoo australiano, la Koncovka e la Fujara slovacca, la dan-moi vietnamita, inoltre pratico il canto difonico tipico delle culture dell’Asia centrale siberiana. Tutte queste attività di ricerca sono strettamente legate alla produzione di armonici sia strumentali, sia vocali.
Dopo aver impiegato diverso tempo per apprendere le tecniche principali, negli ultimi anni, il mio sforzo è stato quello di cercare di far conoscere queste particolari sonorità ad un pubblico più vasto, anche con contaminazioni tra generi musicali più omologati.
Il mio personale pensiero è sintetizzato in un semplice concetto: “suonare strumenti armonici e cantare gli overtones vocali, deve essere ancora considerato in assoluto, un esercizio di puro piacere”. · www.patrizioligabue.it

Il didgeridoo

Il didgeridoo è uno strumento musicale “naturale”, non costruito dall’uomo ma scavato dalle termiti. E’ originario dei territori del Nord Ovest dell’Australia, luogo ricco di termitai ed è lo strumento sacro degli aborigeni australiani. Si pensa abbia circa 2.000 anni, visto che esistono dei graffiti di tale età che lo raffigurano, ma potrebbe essere anche più antico. I didgeridoo tradizionali sono in eucalipto decorati con motivi totemici aborigeni, anche se oggi si trovano strumenti di diversi materiali: dal teak alla plastica e dal metallo alla ceramica.
Il nome didgeridoo è un’interpretazione onomatopeica data dai colonizzatori inglesi che, sbarcati sul nuovo continente, sentirono il suono ritmato “did-ge-ridoo” provenire da dei rami di eucalipto cavi suonati dagli aborigeni. Lo strumento è originario dell’Arnhem Land e viene chiamato in almeno cinquanta modi diversi a seconda del luogo e delle etnie: da djalupu, djubini, ganbag, gamalag, maluk, a yidaki, yirago, yiraki, yigi yigi.
Le dimensione del didgeridoo possono essere le più diverse: può avere una lunghezza che varia da meno di un metro a 4 metri, e un diametro interno che va da un minimo di 3 centimetri (all’imboccatura) fino a 30 cm o più (nella parte finale), è classificato tra gli strumenti aerofoni ad ancia labiale e la sua nota fondamentale è data principalmente dalla sua lunghezza.
Per suonare il didgeridoo si utilizza la tecnica della respirazione circolare (o del soffio continuo). Tale tecnica permette al suonatore di prendere aria dal naso mentre espira quella contenuta nella bocca generando un suono continuo.
Il suono che produce questo strumento è profondo e ipnotico.

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